Affittopoli vecchia politica, sfida per i nuovi sindaci

La lettera di Alfredo Romeo* pubblicata su Il Mattino del 12.02.2016

Caro direttore,
Il tema Affittopoli viene affrontato solo in chiave di scandalo, senza comprendere che si parla di un nodo cruciale e strategico, non per una città ma per tutto il Paese. Mi permetta dunque di porre un problema per il futuro a livello nazionale. Perché scoppia il caso delle case di pregio a Napoli, Roma, Milano? Banalmente perché nella gestione dei patrimoni immobiliari pubblici bisogna distinguere il profilo politico da quello meramente gestionale. Sotto il primo profilo vi stata sempre una continuità.

Infatti nella esternalizzazione del proprio patrimonio immobiliare, benché vi sia stato un affidamento all’esterno per un certo periodo, gli Enti pubblici hanno riservato per s le competenze pubblicistiche pi proprie come: 1 assegnazione degli alloggi e il relativo titolo giuridico (concessione in uso, locazione); la sanatoria delle occupazioni abusive; la decadenza dall’assegnazione dei morosi; la rateizzazione delle morosità, la manutenzione straordinaria. Il tutto nell’ambito di parametri fissati da legislazione regionale a cui rapportare canoni di locazione pressoché simbolici, e impedendo di fatto alle società affidatarie di potere svolgere una amministrazione produttiva dei suddetti patrimoni. Questo ha consentito la consapevole tolleranza di occupazioni palesemente illegittime e non sanabili; l’applicazione di canoni irrisori e la concessione di beni di rilevante valore in uso pressoché gratuito a istituzioni senza scopo di lucro (partiti politici, organizzazioni sindacali, benefiche, culturali ecc. ecc.).

Malagestione? No, semplice-mente gestione politica, nell accezione italiana di apparente solidarietà e rispetto delle iniziative sociali, culturali, antirazziali, anti-camorristiche, antidiscriminatorie ecc. Uno spreco di denaro pubblico di incredibili dimensioni, senza che contro questi meccanismi, vi sia stata alcuna seria riflessione. Questo accade perché da sempre, ovunque, la Politica, attraverso le Amministrazioni, ha scelto una gestione solidaristica clientelare dei patrimoni e non una gestione virtuosa e produttiva. Non diversamente da come faceva la Chiesa dell’Anci n Regime con la mano-morta e i privilegi ad essa connessi e strenuamente difesi dalle gerarchie, che distribuivano solidarietà e misericordia in cambio di consenso e, ovviamente, potere.

Ciononostante, l’esternalizzazione dei servizi, comunque ha rappresentato una discontinuità rispetto al passato perché, sia pure nei limiti di quanto le Amministrazioni lo hanno consentito, ha comunque reso efficienti meccanismi di accertamento e di riscossione assoluta-mente elusi dalle precedenti gestioni internalizzate, con l’effetto di creare scontento in una utenza abituata a disporre di detti beni come fossero beni personali, spesso non pagandone i canoni, cedendoli a terzi, occupandoli senza titolo.

Ma l’esternalizzazione ha avuto soprattutto l’effetto di sottrarre alla politica la gestione del consenso. Una scelta pericolosa. Ed ecco perché oggi, l’internalizzazione del patrimonio immobiliare pubblico rappresentato da varie Amministrazioni comunali (tra cui quella di Napoli) come una riconquista politica, una moralizzazione rispetto al passato. E non a caso lo sfascio attuale e antico della gestione del patrimonio pubblico cittadino non stato oggetto della medesima attenzione con la quale stato esaminato il periodo di esternalizzazione della gestione del patrimonio.

Ma questo accaduto ovunque. Concludo. Il tema affittopoli, dunque, non tema inchieste o da indagini. Ma un tema politico. Il cerchio da rompere non tra gestione interna o esterna. Ma se continuare su questa linea, accettando l’idea che i patrimoni immobiliari non saranno mai produttivi per le città. O cambiare strategia e valorizzare i patrimoni pubblici, partendo dal principio che gli immobili di pregio a Napoli, Milano o Roma non possono essere oggetto di vincoli normativi.

Diversamente quegli 11 o 27 euro al mese per una casa a via Posillipo o alla Fontana di Trevi, tali rimarranno. Una ricorsa al passato invece che al futuro. Non basta. Le città nel loro complesso oggi sono l’unico strumento di produzione vera che ab-bia l Italia. E il centro di questi volani economici sono proprio i patrimoni immobiliari che, perché, devono attivare circolazione di investi-menti, di progetti, di riqualificazione, valorizzazione, emancipazione e qualità della vita, anche con iniziative di carattere normativo che rendano partecipi i cittadini, liberandoli dalle pastoie burocratiche e gabellari di chi vuole che tutto rimanga come prima.

Perché dietro l’apparente legalità del potere discrezionale della Pubblica Amministrazione c’è sempre il rischio dell amicizia, della corruzione e della camurria politica e criminale. E non così che si crea lavoro vero. E qui m’è d’obbligo una provocazione. Si parla di primarie, di candidati sindaci per le prossime elezioni di primavera. Ma non ho sentito una sola parola su questi temi. Che cosa dicono su questa immensa risorsa Sala, Giachetti, Parisi, Marchini, il Movimento 5Stelle, Bassolino, Lettieri? E De Magistris? Chi ha un progetto vero contro il degrado e le inevitabili affittopoli del futuro? Chi ha il coraggio di una sfida laica, economica, epocale?

*Presidente Gruppo Romeo

 

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